DI Gianni Svaldi
“Pick your baby”, scegli il tuo bambino. La promessa di Nucleus Genomics, startup statunitense che ha lanciato a New York un servizio di analisi genetica avanzata degli embrioni ottenuti tramite fecondazione in vitro, accompagna i viaggiatori della metropolitana con slogan come “Have your best baby”.
Il meccanismo, almeno per l’utente, è relativamente semplice. Ma la semplicità dell’interfaccia nasconde un progetto che racchiude, e combina, quasi tutto ciò che oggi sappiamo sulla genetica, amplificato dall’uso dell’intelligenza artificiale. Una coppia che ricorre alla fecondazione in vitro genera in laboratorio diversi embrioni. La piattaforma di Nucleus consente di analizzarne fino a venti, sequenziando le cellule prelevate per elaborare oltre duemila predizioni genetiche: dal rischio associato a circa 900 condizioni ereditarie e patologie complesse, ai tratti fisici come altezza, colore di occhi e capelli e sesso biologico. Fino a stime probabilistiche su caratteristiche cognitive, incluso il quoziente intellettivo. Il tutto per circa 10 mila dollari.
Così l’app restituisce ai genitori una scheda dettagliata per ogni embrione: punteggi di rischio per malattie cardiovascolari, diabete e tumori; indicatori per disturbi come autismo e ADHD; previsioni su aspetto e capacità cognitive. L’utente può impostare priorità e “preferenze” – ridurre al minimo il rischio di certe patologie, dare maggior peso ai tratti estetici o a una stima di intelligenza – e il sistema produce una classifica degli embrioni più coerenti con quel profilo.
Nucleus insiste su un punto chiave: non c’è editing genetico. L’azienda non interviene sui geni e non riscrive il DNA embrionale. Si limita a ordinare gli embrioni già esistenti sulla base dei punteggi poligenici e a consentire ai genitori di scegliere quale impiantare. Una precisazione che è anche un passaggio cruciale sul piano regolatorio, perché colloca il servizio nell’ambito di una diagnosi genetica “estesa” e non dell’ingegneria del genoma. Un’area che negli Stati Uniti è soggetta a vincoli molto più leggeri rispetto alle legislazioni europee sulla procreazione medicalmente assistita.
Resta però l’effetto dirompente dell’operazione, che sposta l’asticella dal terreno – già controverso – della prevenzione di gravi malattie ereditarie verso la selezione di tratti desiderabili: salute, certo, ma anche aspetto fisico, performance cognitive, persino rischi statistici di disturbi psichiatrici. È ciò che molti bioeticisti chiamano “eugenetica di mercato”: un modello che solleva almeno tre nodi critici. Il primo è il rischio di discriminazione verso chi non può permettersi il servizio; il secondo è la possibile creazione di un vantaggio genetico riservato alle élite; il terzo è la trasformazione della genitorialità in un esercizio di ottimizzazione del prodotto. Chi punta a un figlio “influencer” privilegerà la bellezza; chi sogna un futuro premio Nobel, l’intelligenza.
Non meno potente è il piano simbolico. Scegliere di tappezzare la metropolitana di New York con messaggi come “Have your best baby” o “These babies have great genes” significa normalizzare l’idea che progettare il “miglior figlio possibile” sia non solo legittimo, ma quasi ovvio. E costringe il dibattito pubblico a confrontarsi con una domanda scomoda: in una società diseguale ci sarà chi potrà davvero permettersi bambini “ottimizzati” e chi continuerà ad affidarsi al caso – o nel proprio Dio, per chi conserva la fede – nel mettere al mondo un figlio.

















