DI Gianni Svaldi
Cosa succede a una persona comune quando le si conferiscono potere e immunità? Quando le si permette di agire a volto coperto, in divisa, con – almeno per ora – la certezza implicita di non dover rispondere delle proprie azioni, nemmeno della violenza esercitata. È una domanda tutt’altro che marginale. Ed è la stessa che oggi torna con forza osservando quanto sta accadendo negli Stati Uniti con gli agenti dell’ICE.
Nella risposta si annida una parte essenziale della natura umana. Nel 1971 un test tanto celebre quanto controverso provò a esplorare proprio questo nodo: l’esperimento carcerario di Stanford. Nei sotterranei dell’università californiana, sotto la direzione dello psicologo Philip Zimbardo, 24 studenti – provenienti da famiglie della classe media, psicologicamente stabili, pacifici e volontari – furono selezionati e assegnati casualmente ai ruoli di “guardie” e “prigionieri” all’interno di una prigione simulata. L’obiettivo era osservare in che modo i ruoli sociali e il contesto istituzionale potessero influenzare il comportamento individuale.
Nel giro di pochi giorni, le “guardie” iniziarono a manifestare atteggiamenti autoritari, umilianti e vessatori. I “prigionieri”, al contrario, mostrarono segni evidenti di stress, sottomissione e progressiva perdita dell’identità personale. Alcuni subirono crisi emotive così intense da rendere necessario l’abbandono anticipato dell’esperimento. La situazione degenerò rapidamente, ben oltre le aspettative degli stessi ricercatori. Dopo appena sei giorni, lo studio fu interrotto. Nonostante le critiche metodologiche ed etiche, l’esperimento di Stanford resta un caso di studio centrale: un monito sul potere dei ruoli, sulla forza delle strutture di autorità e sulla fragilità della natura umana quando il potere si combina con l’assenza di responsabilità.














