Il paradosso Roggero: l’Italia che si infuria ma non vota

19 Luglio 2026
paradosso ruggero

Di Gianni Svaldi


I partiti italiani hanno imparato bene a trasformare un’insegnante o un pensionato che porta i nipoti ai giardinetti in giustizialisti convinti, cattivi assetati di rivalsa. Ma quegli stessi partiti non sanno più portare quelle persone alle urne, dove si esercita davvero la democrazia di un Paese. Il caso Roggero – il gioielliere di Grinzane Cavour condannato in via definitiva dalla Cassazione, il 15 luglio 2026, a 14 anni e 9 mesi per l’omicidio di due rapinatori e il ferimento di un terzo – mostra bene questo paradosso: più il conflitto si accende sui social, più l’affluenza reale al voto si spegne.

Alle elezioni politiche del 2022 ha votato il 63,91% degli italiani, la percentuale più bassa mai registrata nella storia della Repubblica per quel tipo di consultazione. Alle europee del 2024 la partecipazione è scesa per la prima volta sotto la soglia psicologica del 50%, fermandosi al 49,69%. E se la tendenza non sarà rallentata per le prossime politiche l’affluenza poterebbe essere anche minore.

Eppure sul caso Roggero, nonostante l’afa estiva, i partiti hanno ritrovato l’energia di una campagna elettorale piena. Il gioielliere è diventato in pochi giorni bandiera identitaria per i sostenitori di Fratelli d’Italia, Lega e dell’area riconducibile a Vannacci, mentre per il Partito democratico e per una parte della galassia ex grillina — tutt’altro che omogenea al suo interno — è stato presentato come un simbolo negativo.

Quella stessa macchina che polarizza l’opinione pubblica, chiamata poi a produrre voti reali, si inceppa: chi mobilita la rabbia sui social non necessariamente porta il cittadino davanti all’urna, e chi vince il dibattito mediatico non vince automaticamente le elezioni. I partiti sanno radicalizzare il Paese, ma faticano sempre più ad attivarlo civicamente.

Il caso Roggero diventa allora una fotografia di gruppo dell’Italia di oggi: da un lato un Paese diviso, tribale, pronto a schierarsi su ogni fatto di cronaca, quasi a riprodurre, sotto bandiere e nomi nuovi, quello che Carlo Levi chiamava “l’eterno fascismo italiano”. Dall’altro un’Italia che, arrivato il momento del voto, resta a casa: delusa, indifferente, arrabbiata.

I partiti insistono sul registro emotivo perché è quello che funziona meglio su social e in tv. Ma l’emozione da sola non basta a costruire fiducia, ed è la fiducia – non l’indignazione – a portare davvero alle urne. Il risultato è atteso e sperato da chi teme la partecipazione civile: una democrazia iperattiva nel conflitto e anemica nella partecipazione. Più brava a far arrabbiare gli italiani che a convincerli a votare.

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