Artemis II: perché ogni vittoria umana nasce da una sconfitta

11 Aprile 2026
The STS-51L crewmembers are: in the back row from left to right: Mission Specialist, Ellison S. Onizuka, Teacher in Space Participant Sharon Christa McAuliffe, Payload Specialist, Greg Jarvis and Mission Specialist, Judy Resnik. In the front row from left to right: Pilot Mike Smith, Commander, Dick Scobee and Mission Specialist, Ron McNair.

Reid Wiseman, Victor Glover, Christina Koch e Jeremy Hansen sono tornati dopo aver percorso una traiettoria che nessun equipaggio umano compiva da oltre cinquant’anni. La missione Artemis II, lanciata l’1 aprile 2026, è la prima a portare esseri umani oltre l’orbita terrestre bassa dal 1972. Ma per capire davvero cosa significa questo ritorno, serve guardare indietro nel tempo, verso i giorni più bui dell’esplorazione spaziale.

L’eredità del Challenger

Il 28 gennaio 1986, alle 11.38 ora locale, lo Space Shuttle Challenger lasciò il Kennedy Space Center di Capo Canaveral portando a bordo sette persone: Francis Scobee, Michael Smith, Judith Resnik, Ellison Onizuka, Ronald McNair, Gregory Jarvis e Christa McAuliffe, un’insegnante di scuola selezionata tra migliaia di candidati civili, destinata a diventare il simbolo di un’era nuova e accessibile nello spazio. Settantatré secondi dopo il decollo, la navetta si disintegrò davanti alle telecamere di tutto il mondo. Un anello di tenuta difettoso sui razzi ausiliari, compromesso dalle temperature insolitamente basse della notte precedente, aveva ceduto alla pressione.

Quella mattina, con quello scoppio che non poteva essere negato o nascosto, morì anche la narrazione hollywoodiana dei voli spaziali e l’illusione del lieto fine. La NASA sospese i voli per tre anni e riscrisse da zero i protocolli di sicurezza. La tragedia del Challenger non fermò la corsa allo spazio, ma la costrinse a diventare adulta.

Prima del Challenger, Apollo 1

Vent’anni prima, c’era già stata una lezione altrettanto brutale. Il 27 gennaio 1967, durante una simulazione pre-volo sul pad di lancio, un incendio devastò la cabina del modulo di comando dell’Apollo 1 in pochi secondi, uccidendo i tre astronauti a bordo: Gus Grissom, Ed White e Roger Chaffee. L’atmosfera interna era ossigeno puro a pressione superiore a quella atmosferica, e il portellone era progettato per aprirsi verso l’interno – una scelta che richiedeva almeno novanta secondi di manovra manuale in condizioni di emergenza.

L’indagine rivelò un ecosistema di negligenze accumulate, di scorciatoie accettate sotto la pressione della corsa alla Luna contro i sovietici, di materiali infiammabili disseminati in tutta la cabina. Però fu anche il colpo che salvò il programma Apollo: il portellone che prima si apriva in circa due minuti verso l’interno venne riprogettato per aprirsi verso l’esterno in soli tre secondi, i materiali combustibili furono eliminati sistematicamente, la pressione della cabina in orbita fu ridotta e i controlli interni divennero molto più severi. Senza la tragedia dell’Apollo 1, il primo allunaggio del luglio 1969 non sarebbe mai avvenuto con la sicurezza necessaria. Grissom, White e Chaffee sono, nel senso più concreto e non retorico, tre dei padri fondatori del programma lunare.

I gradini si costruiscono cadendo

C’è una legge che il progresso scientifico, tecnologico e umano sembra rispettare con inesorabile coerenza: ogni conquista rilevante porta impressa, da qualche parte nella sua architettura, la forma di un errore precedente. Ogni manuale di volo è il catalogo degli incidenti che lo hanno reso necessario. Ogni norma di sicurezza è la risposta a un momento in cui quella norma non esisteva e qualcuno ne ha pagato il prezzo. Più semplicemente, le cinture di sicurezza delle auto sono nate dopo migliaia di incidenti mortali.

Questa logica non è patrimonio esclusivo dell’esplorazione spaziale, della tecnologia e della meccanica. In medicina, i protocolli che salvano pazienti nelle sale operatorie sono stati scritti ripartendo dai casi in cui quei pazienti non ce l’hanno fatta. Il chirurgo Charles-François Félix de Tassy operò su una trentina di pazienti indigenti reclutati negli ospedali parigini – dei quali solo sei sopravvissero – prima di acquistare la padronanza tecnica necessaria per operare con successo la fistola anale di Luigi XIV, nel 1686. Lì, su quelle vittime, si basa uno dei primi riconoscimenti nei tempi moderni della chirurgia come pratica medica. In ingegneria strutturale, i criteri antisismici moderni portano il conto dei crolli che li hanno preceduti.

L’era del fallimento come metodo

Il paradigma ha trovato nel ventunesimo secolo una formulazione esplicita e quasi programmatica. Il fallimento da imprevisto catastrofico a strumento metodologico deliberato: l’istituzionalizzazione dell’errore come fase ordinaria del processo di apprendimento, senza il peso paralizzante della vergogna. I test del vettore pesante Starship di SpaceX ne sono l’esempio più visibile: ogni esplosione in volo è stata analizzata non come una sconfitta, ma come un raccoglitore di dati preziosissimi per correggere scudi termici, sistemi di propulsione e procedure di rientro, prima di rischiare vite umane. Adesso il fallimento in finanza, nell’economia e nell’impresa lo si insegna anche nelle università. La domanda è: lo si fa anche nella scuola dell’obbligo, nelle superiori? Lo si insegna ai ragazzi nella vita?

E le stelle stanno a guardare

Da quando il modulo di comando di Artemis II ha toccato l’acqua, portando a casa sani e salvi Reid Wiseman, Victor Glover, Christina Koch e Jeremy Hansen, milioni di persone stanno celebrando un trionfo. E lo è. Ma è anche, e forse soprattutto, il punto di arrivo di una catena lunghissima di dolore accumulato, lezioni apprese e correzioni applicate.

I nomi di Grissom, White e Chaffee sono incisi sul monumento ai caduti del Kennedy Space Center. Insieme a quelli di Scobee, Smith, Resnik, Onizuka, McNair, Jarvis e McAuliffe. Non sono lì come promemoria della fragilità umana. Sono lì – sconfitte e dolore – vere fondamenta delle vittorie umane.

(g.s.)

In foto: Equipaggio Space Shuttle Challenger. Prima fila da sx: Michael John Smith, Dick Scobee e Ronald McNair. Seconda fila: Ellison Onizuka, Christa McAuliffe, Gregory Jarvis e Judith Resnik

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