DI Gianni Svaldi
Alzi la mano chi oggi scarica musica abusivamente. Farlo è roba preistorica, da archeologia digitale. Certo, siamo tutti passati per quelle notti insonni con eMule aperto, a spiare la barra di avanzamento su Brothers in Arms dei Dire Straits o su Thriller. Ma erano gli anni Duemila. Vent’anni fa. Un’eternità fa.
Oggi esiste Spotify. Esiste Amazon Music. Esiste Apple Music. Il mercato dello streaming ha vinto, e lo sa anche il ministero. Eppure il ministro Alessandro Giuli ha firmato il decreto che aggiorna i compensi per la copia privata – previsti dalla direttiva europea 2001/29/CE – estendendo il prelievo allo storage in cloud. L’accusa implicita, quella che nessuno ha il coraggio di scrivere nel testo normativo ma che trasuda da ogni comma: siamo tutti pirati, delinquenti. Ancora. Sempre.
La contraddizione è clamorosa: lo Stato incassa l’IVA sugli abbonamenti streaming, le major musicali incassano i diritti sulle piattaforme, la Siae incassa i diritti d’autore e ora si tassa anche il cloud dove tieni le fotografie di tuo figlio. Due volte. Tre volte. Il principio della copia privata nasce per compensare l’industria culturale dalla riproduzione personale di contenuti protetti. Ma il cloud dove carichi i tuoi documenti di lavoro, i tuoi appunti, le tue lettere private. È il tuo cassetto. Digitalizzato.
Qui si smette di parlare di centesimi e si comincia a parlare di principi. I miei carteggi giornalistici sul cloud – e la Costituzione, ministro, quella che forse vale la pena rileggere, all’articolo 21 dice che i miei carteggi “non possono essere sottoposti né a censura né, per traslato, a prelievo fiscale in quanto tali”. E poi, la foto sbiadita di mia (la tua) nonna bambina non è un’opera protetta da diritto d’autore altrui. È un ricordo. È patrimonio privato e intimo di una persona.
Tassare quello spazio significa tracciare un confine sbagliato – o peggio, non tracciarlo affatto – tra lo Stato e l’individuo. Significa affermare che il Governo ha titolo a mettere le mani dentro la memoria personale di ciascuno. E questa sarebbe una porcheria identica a prescindere dal colore del governo che l’avesse firmata. Centrodestra, centrosinistra, tecnici: la logica è la stessa e il risultato è lo stesso.
Esulta il settore musicale, si dice. Bene per loro. Ma il settore musicale non ha alcun diritto sui filmini in Super 8 degli anni Ottanta che hai digitalizzato e messo sul cloud. Zero. Nessuno. Il decreto confonde – volutamente o per incompetenza, fate voi – due cose radicalmente diverse: la tutela del diritto d’autore e la tassazione della memoria privata dei cittadini.
Avevo messo in guardia mesi fa. Il provvedimento draconiano è arrivato, puntuale. Adesso speriamo nei Tribunali, nelle associazioni dei consumatori, in chi ha ancora voglia di ricordare dove finisce lo Stato e dove comincia la persona e la sua intimità.







