Scuola, prof. a 19 anni e 13 ore di viaggio per 700 euro al mese

24 Marzo 2026
treno

DI Gianni Svaldi

Bari Centrale, binario tre. Coincidenze perdute e treni che scivolano via. È qui, nello spazio sospeso di una banchina, che incontro Giuseppe. Diciannove anni, ricci neri e l’aria di chi ha dovuto saltare a piè pari l’anno di pacchia post-diploma. Il pezzo di carta lo ha preso a luglio; a settembre era già in cattedra.

L’inchiostro della sua pergamena non è ancora asciutto e Giuseppe è già un Insegnante Tecnico Pratico (ITP) in un istituto Nautico delle Marche. Ha solo un anno o due in più dei suoi studenti. Mette voti, firma registri, trasmette conoscenza. Sei ore a settimana per 700 euro al mese. Una cifra che non basterebbe neanche a chi il lavoro lo trova sotto casa, ma che per lui è il prezzo del futuro: il biglietto necessario per accumulare i punteggi nella graduatoria statale.

La sua storia scardina la narrazione pigra del Mezzogiorno, rivelando l’esistenza di un Sud a doppia velocità. Da un lato c’è quello da prima serata televisiva: ricottaro, piagnucolante, immobile, spesso complice del proprio isolamento e con la mano tesa nella speranza di assistenzialismo. Un Sud funzionale a certa retorica settentrionale, utile per sentirsi su un “girone” civile superiore. Dall’altro, c’è il Sud di Giuseppe: quello dei “lavoratori in terra e propria” e dei “pendolari del sacrificio”, dignitoso e silenzioso, che accetta di adoperarsi quasi in perdita pur di non stare fermo.

È un’aritmetica spietata. Per far quadrare i conti, Giuseppe deve rientrare in Calabria ogni mercoledì, appena finita la lezione. Non è nostalgia della pasta al sugo della mamma, è pura sopravvivenza: restare nelle Marche nei giorni liberi costerebbe più del viaggio di ritorno. La sua “via crucis” settimanale inizia all’alba: il padre lo scorta in auto dal paesino fino a Taranto. Da lì, pullman per Bari, poi il treno adriatico fino a Civitanova Marche e infine l’ultima coincidenza locale. Tredici ore di viaggio, se va bene.

“La preside mi fa fare qualche supplenza per arrotondare”, racconta. È una solidarietà silenziosa tra fuori sede – la dirigente è campana – che funge da ammortizzatore sociale in un sistema che spedisce docenti a centinaia di chilometri da casa senza indennità di trasferta. Il Centro-Nord per lui non è la terra promessa, ma un datore di lavoro diffidente: “So che a noi calabresi non ci possono vedere”, confida senza enfasi, “ma nelle Marche mi trovo bene, sono gentili”.

In un’ora di chiacchierata forzata tra i binari, non ho sentito una sola parola di protesta. Al Sud si impara presto che, se sei onesto, ogni euro costa il doppio: costa in fatica, privazioni e arrivi incerti. Giuseppe è un “figlio della valigia” che accetta le regole di un mercato che sa di non poter cambiare, consapevole che la vita dei lavoratori onesti raramente finisce nell’agenda politica.

Mentre insegna ai suoi ragazzi come navigare in mare, Giuseppe sta imparando a non affondare nella precarietà del nostro tempo, rifiutando la comoda rassegnazione dei sussidi. La sua è una storia normale, poco social, e proprio per questo straordinaria: un racconto che ci costringe a guardare oltre i nostri facili pregiudizi, oltre un Paese unito solo nel sogno di una Costituzione.

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