DI Leonardo Palmisano
São Tomé è stata per secoli una grande piantagione di caffè e cacao. Lo è ancora, ma oggi i lavoratori non sono più schiavi, ma soci inconsapevoli di grandi cooperative portoghesi di produzione.
Dell’epoca della schiavitù restano le roças, come la Agostinho Neto o la Monte Cafè. Si tratta di villaggi di lavoratori edificati intorno alle piantagioni per ospitarvi gli schiavi dalla nascita alla morte, passando per la malattia. Un tempo erano dotate di ospedali. Oggi questi fatiscenti complessi edilizi coloniali sono abitati e occupati dai nuovi raccoglitori di cacao e dai loro familiari, da gruppi di lavoratori stagionali non saotomensi accampati in tende e baracche. All’ingresso delle roças non è raro trovare una chiesa o una moschea. È il lascito spirituale della cooperazione internazionale cattolica o musulmana. Non ci sono sedi sindacali, ma in qualche museo e centro culturale si racconta a grandi linee lo sfruttamento degli schiavi.

Oggi come pochi secoli fa, queste piantagioni rappresentano la dipendenza di São Tomé dagli andamenti del mercato globale del cacao e del caffè. Il Paese trasforma pochissimo dei propri prodotti. Prodotti eccellenti, tra i migliori al mondo. Chi li trasforma – in cioccolata, distillati, caffè in polvere e saponi – lo fa in quantità ancora artigianali. Si tratta soprattutto di europei residenti sull’isola e in contatto diretto con raffinati compratori occidentali. Pochissimi sono gli imprenditori locali dediti alla trasformazione industriale. Il cacao è venduto all’ingrosso, per questo motivo della immensa ricchezza generata dall’industria europea del cioccolato sull’isola non arriva neanche una briciola.
Il Sud turistico
Questo viaggio sintetico si chiude a Sud. Prima di arrivarci si attraversano alture e tornanti, su strade sconnesse, prive di manutenzione, ai lati delle quali si aprono villaggi e lunghe spiagge. L’Atlantico morde la costa. Le rocce che ne emergono sono nere. Tra una roccia e l’altra le spiagge si aprono con il colore dell’oro. Intorno ad esse si ergono i villaggi dei pescatori discendenti da un leggendario naufragio di schiavi angolani. Sono gli angolares, una minoranza linguistica più ruvida e disincantata.
La foresta qui si abbassa, per aprirsi e mostrare la vetta del Pico Cao Grande. Questo lungo obelisco di roccia definisce iconicamente l’isola. Ai suoi piedi, il verde scuro della foresta originaria lascia il posto al verde della foresta di palma da cocco.

Il cocco è dappertutto, sempre presente, sempre commestibile. Attraversando le piantagioni si calpestano montagnole di gusci spaccati dai raccoglitori. È qui che i sovietici russi avevano piazzato una loro piattaforma militare, ora avvolta dalla vegetazione come in un film di guerra. Da qui il mondo stalinista osservava indolente l’Atlantico col kalashnikov puntato contro il mare. Questa parte dell’isola è la più adatta al turismo dello stupore che sta standardizzando la curiosità globale e il modo di viaggiare. Le spiagge Praia Jalé e Praia Piscina, il villaggio di São João dos Angolares, l’isola abitata di Ilhéu das Rolas e la sua Praia Café, gli ecolodge sul mare, le barchette a motore. Poi, dietro un bungalow in costruzione può capitare di scorgere dei maialini rincorsi da una comitiva di bambini nudi che calpesta libera e felice l’Equatore. Un gioco tra due specie. Questa rincorsa antica e infantile, la sua funzione didattica replicata da secoli con i bambini che imparano così ad allevare i suini, è l’immagine meno patinata di questo viaggio a Sao Tomè. Due mondi, quello turistico futuro e quello rurale del presente e del passato, che condividono lo stesso spazio prima di una inevitabile contesa.

(Terza parte – Fine)
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