DI Gianni Svaldi
Il referendum sulla Giustizia non è il referendum sul divorzio o sull’aborto. Non non traccia una netta linea morale tra chi vota Sì e chi vota No. Sfido chiunque sia dotato di ragione e libero arbitrio – e non penda dalle brache della maggioranza o dell’opposizione – a non riconoscere ragioni valide in entrambi i fronti. Il problema è un altro: questo referendum viene posto a un popolo che, prima del 2025 e del conseguente dibattito pubblico, riponeva fiducia nella Giustizia, più di quanta ne avesse nella politica ma meno di quanta ne avesse nei Vigili del Fuoco. Tuttavia ne ignorava quasi completamente i meccanismi.
Le campagne referendarie del sì e del no hanno – di buono – portato al centro del dibattito i temi della Giustizia
I dati storici dell’Eurispes e di istituti come SWG e Demos & Pi hanno documentato per anni un deficit strutturale di conoscenza civica. A cominciare dall’identità del CSM. Se oggi chiedete al vostro vicino di casa cosa sia il Consiglio Superiore della Magistratura, probabilmente sa rispondervi: lo ha sentito mille volte in televisione e persino su TikTok. Ma fino al 2024, in diverse rilevazioni, meno del 40% degli intervistati era in grado di definirne correttamente le funzioni. Uno dei dati più costanti nelle indagini sulla cultura civica riguarda chi presiede l’organo: solo il 30-35% degli italiani indicava correttamente il Presidente della Repubblica come presidente di diritto del CSM. La maggioranza relativa attribuiva il ruolo al Ministro della Giustizia, o a un magistrato eletto. Sul versante dei meccanismi processuali, il quadro non cambia. Secondo rilevazioni Istat e Censis, la percezione del funzionamento della giustizia è plasmata dall’esperienza diretta o dalla narrazione mediatica e non dallo studio delle procedure. Quando si passa ai meccanismi del processo, il quadro non migliora. Secondo Istat e Censis, la percezione della giustizia nasce più dall’esperienza personale o dal racconto mediatico che dalla conoscenza delle regole. È noto che esistono tre gradi di giudizio, ma quasi nessuno distingue tra giudizio di merito — nei tribunali e nelle corti d’appello — e giudizio di legittimità in Cassazione. E non è raro che si confondano i ruoli: per molti cittadini, pubblico ministero e giudice fanno parte di un unico blocco indistinto. Prima del 2024, inoltre, oltre il 60% degli italiani dichiarava di non conoscere nel dettaglio le riforme in discussione, dalla separazione delle carriere alla modifica del sistema elettorale del CSM.
Ci fidiamo dei vigili del fuoco, così così della magistratura, poco della politica
Eppure, a questa scarsa conoscenza si accompagna una fiducia tutt’altro che marginale. Nel 2023 la magistratura raccoglieva il 41% di fiducia, salito al 47% nel 2024: ben sopra Parlamento e partiti. Un risultato che si spiega anche così: le istituzioni percepite come operative e meno immerse nello scontro politico tendono a reggere meglio. Non a caso, in cima alla classifica restano i Vigili del Fuoco, seguiti da forze armate e Carabinieri.
La magistratura si colloca a metà strada: più credibile della politica, meno dei corpi in uniforme. È una posizione che dice molto. Gli italiani vedono nel potere giudiziario un argine necessario alla politica, pur criticandone il principale limite: la lentezza. Secondo Eurispes 2023, per circa otto cittadini su dieci è proprio la durata dei processi il difetto più grave.
Poi è arrivato il 2025, con il referendum, e qualcosa si è incrinato. Il Rapporto Italia registra un calo della fiducia nella magistratura, scesa al 43,9%. Non un tracollo, ma un segnale. Anche perché, nello stesso periodo, la fiducia in Parlamento e partiti è scesa ancora di più. La giustizia resta più credibile della politica, ma il divario si restringe.
In questo contesto, gli italiani sono chiamati a esprimersi su questioni altamente tecniche – dalla separazione delle carriere alla composizione del CSM – senza avere davvero gli strumenti per valutarle nel merito. È probabile che molti voteranno seguendo più l’istinto che la conoscenza: la fiducia nel proprio partito o movimento politico o una diffidenza generica verso un’istituzione percepita come necessaria ma poco comprensibile.
Non è una questione di capacità individuale. È un limite del sistema. Per anni l’educazione civica ha trascurato proprio ciò che dovrebbe costituirne una base: la comprensione dell’ordinamento giudiziario. E il referendum è stato accompagnato da un intenso scontro di opinioni. Molto meno da un vero lavoro di informazione.







