Il vino che uccideva: quarant’anni dalla strage del metanolo

2 Marzo 2026
Gianni 4

Il racconto di chi ha vissuto da giovane studente lavoratore quegli anni dall’interno di una cantina “sana”. La strage silenziosa che nel 1986 uccise 19 persone, accecò altre 23 e cambiò per sempre il vino italiano. Senza che nessuno, ancora oggi, abbia pagato davvero.

DI Gianni Svaldi

Quarant’anni fa gli italiani impararono una parola nuova: metanolo. La impararono nel modo peggiore possibile. Era il 3 marzo 1986 quando a Milano venne trovato senza vita Armando Bisogni, 48 anni. Sul tavolo della cucina, un bottiglione di Barbera da due litri comprato al supermercato per 1.890 lire – il più economico sullo scaffale. Due giorni dopo, il 5 marzo, morì Renzo Cappelletti, 56 anni, pensionato di Paderno Dugnano. Aveva bevuto lo stesso vino.

All’inizio si parlò di malori improvvisi. Poi i casi si moltiplicarono e le coincidenze smisero di essere considerate tali. In poche settimane il bilancio fu devastante: 19 morti accertati, 23 persone rese cieche in modo permanente, 153 intossicati con danni neurologici gravi. E nessuno saprà mai quanti decessi furono archiviati come infarti o collassi, senza che si scoprisse la vera causa.

La causa aveva invece una formula chimica semplice: CH₃OH. Il più elementare degli alcoli. Il metanolo è un alcol industriale, usato come solvente e combustibile. Nel vino è naturalmente presente, ma in quantità del tutto innocue – tra 50 e 400 milligrammi per litro – prodotte durante la fermentazione per l’idrolisi delle pectine dell’uva. In quelle partite assassine, invece, ne erano stati aggiunti fino a 100 grammi per litro: il dieci per cento del contenuto della bottiglia. Una concentrazione capace di stroncare con uno o due bicchieri. Quando non uccide, il metanolo spegne la luce: distrugge il nervo ottico e porta alla cecità irreversibile.

Una strage dettata da quel tremendo mix tra avidità e ignoranza

Un gruppo di produttori senza scrupoli aveva adulterato vino scadente per aumentarne artificialmente la gradazione alcolica e il valore commerciale. Di norma quella contraffazione si faceva con lo zucchero – una frode grave, ma non letale. Tuttavia, lenta: lo zucchero doveva fermentare prima di trasformarsi in alcol etilico. Il metanolo era più economico, più rapido: vino pessimo e pericoloso pronto all’imbottigliamento nel giro di poche ore.

L’inchiesta coinvolse decine di aziende tra Piemonte, Veneto e Puglia. Il processo si aprì nel novembre 1991. La condanna più pesante – 16 anni per omicidio colposo plurimo, poi ridotta a 14 in appello e confermata in Cassazione nel 1994 – andò a Giovanni Ciravegna. Era chiamato il cavalier “dudes e mès” per la sua capacità di aggiustare tutti i vini a 12 gradi e mezzo. Pene lievi rispetto all’enormità del danno. In Italia, troppe volte, la giustizia punisce le vittime e la memoria è corta. Se siete curiosi, trovate in rete l’intervista a Ciravegna della televisione svizzera: l’unica, rilasciata nel 2001, mentre era tornato a fare vino.

Nei giorni dello scandalo circolò anche una narrazione infame: a morire erano stati solo alcolizzati, bevoni abituali. Un modo per diluire la responsabilità collettiva, per allontanare il ribrezzo. Era falso. Le vittime erano persone normalissime. A quelle concentrazioni, un solo bicchiere è sufficiente a causare danni permanenti. Ancora oggi nessuna delle famiglie delle vittime, nessuno dei superstiti, ha ricevuto un risarcimento — né dai condannati né dallo Stato.

La strage del metanolo non uccise e menomò solo persone. Colpì al cuore un intero settore. L’export del vino italiano crollò, le vendite si fermarono, la fiducia si incrinò in modo profondo. Per anni “vino italiano” fu sinonimo di sospetto sui mercati esteri. Anche la Puglia, grande terra di vino da taglio in quegli anni, pagò un prezzo altissimo: reputazione bruciata, mercati perduti, una generazione di vignaioli ed enologi costretta a ricominciare da capo.

Ero nel settore, il mio ricordo vivo

Tra la fine degli anni 80 e gli inizi degli anni 90 lavorai come praticante in una grande cantina – un posto serio, dove porcherie del genere non si facevano. Ero giovanissimo, imparavo la pratica e mi mantenevo agli studi. Facevo analisi sulle uve e sui vini. Vidi il mondo dell’enologia tremare dall’interno. Tra enologi, tecnici e i mercanti girava una battuta amara: il vino si può fare “anche” dall’uva. Era il clima di quegli anni — una cultura produttiva in bilico tra quantità e qualità, tra artigianato e industria, tra tradizione e furbizia. E mentre tutto questo accadeva, lo Stato guardava altrove.

Va detto, però, per onestà: gli enologi esistevano già prima dello scandalo. Le grandi scuole – San Michele all’Adige, Conegliano e Locorotondo — formavano direttori di cantina da generazioni. Mio nonno, enologo formatosi a San Michele all’Adige, aveva diretto una delle cantine Folonari dagli anni Venti fino agli inizi degli anni 60. Esistevano vini italiani eccellenti, fatti con rigore e competenza. Ma oltre l’ottanta per cento della produzione nazionale, fino agli anni Novanta, era ancora artigianale, senza norme, senza controlli, senza tracciabilità: un far west.

Oggi quel mondo è un altro. Quando il vino italiano è stato riabilitato ha attirato personaggi di ogni tipo – le mode funzionano così, come il miele con le mosche. Ma la parte migliore di quella generazione di tecnici ed enologi, formatasi a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta ha tenuto. Gli amici e i colleghi di quei tempi sono diventati professionisti rispettati, fanno vino premiato e tengono conferenze in tutto il mondo. Ne ho ritrovati alcuni nel 2014, quando, come giurato giornalista, ho partecipato a un Concorso nazionale dei vini Rosati d’Italia. A cena parlammo del metanolo come i reduci parlano di una guerra: con rispetto per i caduti e la consapevolezza di chi sa cosa può succedere quando si abbassa la guardia, quando la sete di profitto si mischia con l’ignoranza.

L’enologia è scienza, chimica, ricerca, tracciabilità, disciplinari rigorosi
I controlli sono più stringenti, le tecnologie più sofisticate, la reputazione internazionale è stata ricostruita con fatica e con competenza. Quel mondo opaco, fatto di segreti tramandati a voce e di piccole furbizie passate di padre in figlio, per fortuna, non esiste quasi più. Eppure il metanolo è rimasto nella nostra coscienza collettiva come un monito che non invecchia. Ricorda cosa può accadere quando l’avidità si mescola all’ignoranza. Quando il profitto diventa più importante della vita umana. Quando si pensa – e qualcuno lo pensa ancora – “ma sì, chi vuoi che se ne accorga”.

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