Infanzia diffusa, lavoro e contraddizioni di una capitale sospesa tra passato coloniale e dipendenze globali
DI Leonardo Palmisano
I bambini e il carnevale
I bambini sono tanti e dappertutto. A São Tomé ci sono villaggi poco distanti dalla capitale, come Neves, nei quali la percentuale di bambini sul resto dei residenti è soverchiante. L’infanzia è diffusa. Sarà che la speranza di vita è più bassa che in Europa, ma la quantità di giovani e minori è impressionante. Vestiti talvolta di cenci – di abiti comprati agli angoli delle strade, lavati sulla riva dei rigagnoli e dei torrenti che scendono dall’entroterra montuoso – questi bambini saltano, si muovono, intrecciano le dita per salutare alla maniera di 2Pac. Vivono nei villaggi costieri o nelle roças, le vecchie masserie degli schiavisti, con madri e padri. Si arrampicano sugli alberi dopo essersi adunati davanti alle canoe dei cugini, degli zii, dei nonni. S’inerpicano sulle mammelle delle giovanissime madri. Si aggrappano alla schiena delle sorelle. Giocano al pallone dove sostavano esausti gli antenati schiavi.
Ho assistito a una pantomima a Neves. Una danza di comunità che per semplificazione le guide turistiche chiamano carnevale. Durante la danza sono stato assalito dai bambini. Non chiedevano spiccioli, ma di essere fotografati, di essere ascoltati nella loro lingua, di esprimersi fisicamente o giocare davanti a un bianco mentre i maschi adulti della cittadina mettevano in scena una danza macabra su un piazzale davanti al porticciolo.

C’era un uomo mascherato come la Morte, un altro vestito da Medico/Stregone in camice bianco, un altro ancora da Posseduto/Ammalato. Le donne, ai lati del piazzale o sui balconcini delle case sul porticciolo, osservavano la scena e incitavano i loro uomini stimolandoli a far procedere il racconto. Noi brancos, ignari della complicata costruzione della messinscena, siamo stati rapiti per oltre due ore da una danza che ha visto, alla fine, prevalere il Medico/Stregone sulla Morte, e l’ammalato salvarsi. Per tutto il tempo, però, il rumore più potente era il vociare dei bambini. Le loro grida si alzavano più in alto della polvere, sovrastando il porto e il piazzale, i tamburi e le incitazioni delle donne.
La capitale
Avvolta dalle nubi dell’incombente stagione delle piogge. Priva di palazzi alti. Distesa sulla baia Ana Chaves, fondata un anno dopo la scoperta dell’America e trasformata in porto franco da predoni portoghesi. In seguito ha raccolto schiavi indirizzati alle piantagioni di cacao, caffè e spezie.
Oggi è una città cadente, cariata, sonnolenta. Il quartiere degli ex coloni portoghesi è il più vivace, poco distante dal sontuoso palazzo presidenziale, dalla velleitaria cattedrale di Nostra Signora della Grazia, da qualche viale alberato che conduce a un porto senza pretese e dal fondale basso, a uno stadio dove il puzzo di piscio racconta la concentrazione notturna di bevitori abituali di vino di palma, a vecchi casermoni bianchi regalo di Fidel Castro.
La città di São Tomé non ha niente di eccessivo. Vive una lenta trasformazione. Le insegne pubblicitarie delle banche multinazionali, i pannelli davanti ai cantieri sul lungomare e le guardie armate davanti alle ambasciate occidentali, agli edifici del governo e dell’Onu raccontano la dipendenza dello Stato dai capitali esteri. Nel rione borghese sostano per il pranzo i colletti bianchi. Funzionari e funzionarie del governo, delle banche, di chissà quali agenzie dell’economia globale. Gli uomini indossano completi in tinta unita, le donne tailleur castigati, con le gonne sotto il ginocchio. Si tratta di dirigenti della cosa pubblica. Non è un paradiso fiscale, ma la Banca Mondiale ne sconsiglia gli investimenti a causa della fragilità economica e politica. I colpi di Stato qui finiscono presto, senza grandi spargimenti di sangue, anche perché i militari sono pochi e male armati.

Nella capitale la vita dei pescatori e dei raccoglitori di cacao è lontana. Domina un inequivocabile parassitismo sociale, giovanile e adulto, più maschile che femminile a dire il vero. Gli uomini che non lavorano scorrazzano senza sosta sulle motociclette di fabbricazione cinese. Le donne lavorano: spazzano le strade con la saggina per conto del municipio, cucinano nei ristoranti ricavati dai condomini di periferia e vendono ogni mercanzia possibile al mercato generale.
Il Mercado Municipal è il tempio delle donne saotomensi. Dure, rugose, pratiche. Alcune sono maghe o streghe e non amano essere fotografate perché temono di perdere la loro identità stregonesca. Molte venditrici sono madri coi figli al seguito. Si schermiscono, si passano una voce, ravvivano le lumache di terra o le papaya rivoltandole nei cesti posti per terra o sui banchi. Le più indaffarate sono le venditrici di pesce. Abilissime mogli degli altrettanto abili pescatori. I mariti escono all’alba su delle canoe a remi ricavate da tronchi interi di alberi della foresta. Gettano le reti in cerchio e delle esche vive, poi girano intorno alle canoe per attirare i barracuda. I pescatori sono armati di un bastone per spaccare il cranio dei barracuda prima di issarli sulle canoe. Quei pesci finiscono nella zona ittica del Mercado Municipal, all’interno della struttura. All’esterno ci sono le venditrici precarie, a cui non è concesso un posto al chiuso.

In periferia la capitale emana i miasmi dei rifiuti ammassati e dati alle fiamme nella sola discarica dell’isola. Qui, accanto a basse case di lamiera, sono portate le plastiche raccolte nella città. Questo rione è sempre coperto da una nuvola di fumo e dalla polvere sollevata dai cantieri sul lungomare. Ma basta uscire dalla città, avvicinarsi alla foresta e scendere verso Sud per riprendere a respirare l’aria dell’Atlantico, sotto lo sguardo severo del Pico Cao Grande.
(Terza parte – Segue)
Le foto sono dell’autore













