São Tomé, l’isola degli schiavi liberi

7 Agosto 2026
São Tomé

Tra palafitte e piantagioni di cacao la memoria della schiavitù si dissolve nella salsedine dell’Atlantico

DI Leonardo Palmisano

Prima della schiavitù l’isola non era abitata, non aveva una sua cultura, una sua popolazione umana. Gli schiavi, dividendosi in ceppi linguistici (forro e angolar) e aree, una volta liberati l’hanno abitata senza penetrare a fondo nella foresta pluviale. Si sono fermati per lo più lungo la costa, sulle rive dell’Oceano, costruendo abitazioni elevate. Palafitte sotto le quali l’acqua scende dalla foresta e si versa nel mare.

L’immagine di un’Africa ischeletrita dalla fame o massacrata da conflitti politici o interreligiosi, qui non c’è. Non ci sono i bambini con il ventre gonfio e le costole pronunciate. Non ci sono ammalati di Aids o di Ebola. Non ci sono nerboruti gruppi armati radicali pronti a rovesciare il governo. Eppure siamo in uno tra i trenta Paesi più poveri del mondo, con il venti per cento della popolazione che vive con meno di tre dollari al giorno, dove il debito alimentare è stato azzerato dai cinesi e dove le vaccinazioni effettuate dalle Ong hanno funzionato. I vaccini e l’azzeramento del debito alimentare evitano che i bambini – futuri lavoratori delle piantagioni di cacao – cadano nella fame, nel rachitismo, nella malattia cronica. Istituti scolastici cattolici, pentecostali e sempre più musulmani offrono istruzione a chi non se la può permettere. Alzano il bassissimo tasso medio di scolarità. In qualche misura il mondo che sta fuori dell’isola sostiene l’isola, quando vuole, se vuole. Quando non se ne dimentica, come fa, per imperscrutabili ragioni, la monopolistica società turca per la corrente elettrica che ogni due per tre lascia l’isola intera al buio.

L’umano e la natura

Da noi, in Occidente, il povero è triste. Rappresentato come un reietto, una minoranza intollerabile con la mano tesa verso il ricco nei quartieri centrali di Milano, Parigi, New York. Qui, dal momento che tutti sono poveri e poiché l’Oceano e la foresta sfamano più o meno tutti, prevale il sorriso. La povertà sorride. Non per condiscendenza verso i brancos opulenti, verso il dominante di un tempo, ma per rispetto verso se stessi in un ambiente tanto verde – la foresta primaria circondata dall’Oceano Atlantico – quanto affamato di sé.

La foresta e l’Oceano si contendono l’isola. La divorano dal basso e dall’alto, in una lotta primordiale, antiumana. Se vivesse qui adesso, Feuerbach troverebbe conferma delle sue intuizioni circa l’anteriorità della natura sul divino contenute nell’opera Essenza della religione.

La presenza umana è allora un di più sopravvivente. Un incidente nella biologia equatoriale. Lo si percepisce dalle fragili palafitte su cui si succedono generazioni di villaggi abbarbicati sulle pendici del Pico Cao Grande o sulle rive scoscese dell’isola. Lo si arguisce dalle regolari piantagioni di cacao o di cocco sprofondate da secoli nella foresta. Dalle colonie spontanee di commestibili lumache di terra di cui è disseminata la foresta. Dagli imperturbabili pipistrelli autoctoni, appesi all’ingiù nelle caverne abbandonate del vecchio e sgangherato acquedotto. Dalla nuotata veloce e apprensiva dei muscolosissimi pescatori d’apnea.

L’umanità qui è ininfluente sulla natura. La foresta e l’oceano bastano. Perciò si ride a São Tomé. Solo i rifiuti non raccolti o dati alle fiamme segnalano una presenza di umana tristezza. La tristezza dell’inquinamento. Il resto è pianeta. È terra.

La società come la intendiamo in Occidente non ha cittadinanza a São Tomé. Questa è una verità geoantropologica. Il fatto che quest’isola sia stata forzatamente popolata di neri per esigenze produttive bianche è ricordato da qualche cippo di cemento, dai ruderi lasciati dai portoghesi quando sono andati via. Ma la salsedine dell’Atlantico e la foresta pluviale stanno mangiando questi residuati dello schiavismo.

A Sud la foresta pluviale ricopre gli avamposti militari sovietici della guerra fredda, dove le piattaforme di atterraggio degli elicotteri russi diventano spontanee piantagioni di spezie, felci e cocchi. In verità, i portoghesi e tutti gli altri hanno abbandonato al loro destino i neri più che l’isola. Ed infatti una porzione consistente della brodaglia economica locale è portoghese. Come ho già detto, la compagnia aerea internazionale che vi atterra è portoghese. Il trasporto marittimo, rado a dire il vero, è portoghese, cinese, turco e francese. La cooperazione allo sviluppo, se di sviluppo o di cooperazione si può parlare, è portoghese o cinese. La Cina però fa qualcosa di diverso. Penetra con timidi progetti di gentrificazione nelle periferie suburbane. Prova a creare una piccola borghesia di funzionari da insaccare nelle case popolari di recente costruzione. Ma deve scontrarsi con l’assenza di istituti professionali adeguati alla civiltà del cemento e con la penuria di studenti e operai.
(Seconda uscita – Segue)

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