DI Leonardo Palmisano
Turisti e viaggiatori
Claude Lévi-Strauss si lamentava, introducendo Tristi tropici, della quantità prodigiosa di libri di viaggio ingurgitati dai lettori del suo tempo. Libri evanescenti, pregni di testimonianze poco accurate, di fotografie personali, di racconti privi di mistero. La sua lezione ha disvelato la superficialità del viaggio senza rimpianti e la mediocrità del turista che si limita a riscoprire l’ovvio già raccontato da altri prima e pure meglio. Le sue parole hanno gettato le basi per un’antropologia critica verso l’Occidente e la sua pretesa di dominio nel campo del viaggiare.
Oggi, che siamo dentro un universo mediatico che ci catapulta ogni giorno nelle immagini di luoghi e spazi fisicamente lontani dai nostri, tentare di scoprire l’ignoto può apparire impossibile. Complice l’inganno ottico dell’accorciamento delle distanze prodotto dal web. I libri di viaggio sono stati sostituiti dagli album di istantanee e reel che qualunque turista – il tipo sociale del turista ha sostituito, ahinoi, il tipo ideale del viaggiatore – può generare con l’aiuto di un device, di una app, dell’intelligenza artificiale. Le pose assunte dai turisti davanti al Partenone, a una danza Maasai o a una mandria di elefanti in Tanzania sono sempre uguali, sempre finalizzate a stupire per brevi istanti un pubblico di voyeur incline a giudicare quelle pose con un like o un cuoricino.

Ma la conoscenza è stupore? No. Non lo è. Questa ridda infinita di immagini non aggiunge niente alla cultura del viaggiatore, né a quella dell’osservatore via social network. Al contrario, la sequenza planetaria di immagini genera e rigenera piatti stereotipi emotivi e uniformi luoghi comuni. Si sono moltiplicate, grazie alle compagnie aeree private che egemonizzano il mercato del cielo, le destinazioni di viaggio. Ma con la maggiore accessibilità mondiale ai mezzi di trasporto non è cresciuto il desiderio di scoprire e di rispettare quanto scoperto, complice la standardizzazione di mercato dell’offerta turistica. Una favela può essere percorsa con lo stesso spirito con il quale ci si inoltra in un quartiere culturale di una grande capitale europea o in una foresta pluviale all’Equatore. I turisti sono condotti dentro qualunque interstizio visitabile a pagamento. A loro è servita una lezioncina banale da guide con tanto di patentino e titolo di studio. Al turista è raccontata una storiella su ogni posto, su ogni cibo, su ogni spazio percorribile. In verità al turista, in quanto turista, è negato il diritto alla scoperta profonda e alla meditazione durante il viaggio sulla condizione dell’altro. Il privato delle popolazioni incontrate è sterilizzato, standardizzato, mercificato. Lo stesso per gli animali e i loro comportamenti sempre meno liberi. Il gusto prevalente è un esotismo da packaging, statico e inerte, da zoo. Di proveniente da un altrove oscuro in quanto realtà non standardizzata o strumentalizzata a fini commerciali, c’è poco o nulla.

Per contrappormi a questo esotismo d’accatto ho intrapreso un viaggio impressionistico, sintetico e realistico a Sao Tomé, un’isola climaticamente e materialmente lontana dal luogo in cui vivo e da cui vengo. Un’isola postcoloniale povera ed eccezionalmente non triste. Prima di partire non sapevo nulla della cultura e dell’economia isolana, anche perché le pubblicazioni sull’isola sono scarne e tendenti più a stupire che a incuriosire. Sono partito al seguito di un tour organizzato dalla rivista Africa e mi sono armato di macchina fotografica e taccuino. Il risultato di questa esplorazione è nelle prossime pagine.
Arrivo a São Tomé
L’arrivo a São Tomé dal Portogallo è un’epifania. La compagnia aerea portoghese di bandiera Tap è la sola a servire l’isola dall’Europa. Retaggio coloniale che non aiuta lo sviluppo locale. Arrivarci da Lisbona è il passaggio da un mondo europeo demograficamente in estinzione a un mondo africano in espansione contratta, trattenuta e frenata dal controllo estero delle infrastrutture e dell’energia. I portoghesi governano i cieli, i cinesi il porto e il mare, i turchi la corrente elettrica. Il Fondo Monetario Internazionale controlla il debito e vorrebbe controllare, limitandola, la crescita demografica. L’Oms riduce i rischi di epidemie con cicli e campagne discontinue di vaccinazioni a tappeto.

Fuori del minuscolo aeroporto internazionale, l’unico civile dell’isola, famiglie e bambini si ammassano per stare insieme, dividendosi musiche e danze, richiami e bevande. Intorno a vecchie Toyota 4×4 diesel, coi carburatori andati, in mezzo a sbuffi maleodoranti di fumo grigio, compaiono teste, bocche, occhi. Vita. Una vita che si divide tra chi cavalca le scoppiettanti motociclette di produzione cinese – copie imperfette dei ciclomotori giapponesi cromati degli anni Settanta – e chi va a piedi con cesti di indumenti asciutti in testa. Tra chi sosta sotto la pensilina di un distributore di carburante e chi fa capannello con l’occhio spento davanti a un illegale venditore di vino di palma. Se ci si arriva la notte, dal folto della vegetazione compaiono all’improvviso esili sagome illuminate a malapena dalle luci delle automobili. Qualcuno porta torcette a pila sulla fronte, le stesse usate dai turisti per esplorare la foresta pluviale.

Per chi non ha mai messo piede in Africa o in un luogo dove l’ordine olfattivo e visivo occidentale mal si concilia con quello locale, lo shock aromatico-cromatico è forte. Gli odori e i colori impregnano tutti i sensi. Gli odori che salgono dalla terra sono inebrianti, i colori tendono tutti al verde onnivoro della foresta pluviale. Il verde assorbe l’occhio umano con la stessa prepotente forza rigenerativa della foresta. Per questo ho scelto di fotografare in bianconero, per annullare questa preponderanza stupefacente di verde. Ho desiderato oggettivare in bianconero qualcosa di tanto lontano dai miei tenui colori mediterranei e di così vicino ai miei contrastati sentimenti d’amore verso i poveri. Smorzando il verde, mi sono allontanato dal gusto medio del turista, dalle sue desiderabili esplosioni di colore…
(Prima uscita – Segue)
Le foto sono dell’autore















