DI Gianni Svaldi
Alla fine, quelle che Italia e Germania hanno celebrato per settant’anni come “le quattro gambe più belle d’Europa” hanno costretto social e giornali a interrogarsi sulla sostanza. E la sostanza è una sola, antica e urgente: a chi appartiene la vita?
Non è un quesito astratto. È lo spartiacque che definisce ogni organizzazione sociale: l’individuo come soggetto libero oppure come proprietà altrui — dello Stato, della Chiesa, della collettività, della morale dominante o del clima emotivo del momento. In fondo, la disputa sul fine vita non parla delle gemelle Kessler: parla di noi, del modo in cui concepiamo la libertà quando smette di essere un post motivazionale e diventa scelta concreta, definitiva, non negoziabile.
Questa domanda giornalistica non si lascia addomesticare dal linguaggio delle appartenenze contemporanee. Non riguarda il femminismo o il maschilismo, né le guerre culturali tra patriarcato e matriarcato, né la tifoseria politica. La verità è più scomoda: una parte consistente della nostra società teme l’individuo, perché un individuo libero che vive nel rispetto e nella benevolenza del prossimo costringe tutti a confrontarsi con la propria responsabilità. La massa, invece, diluisce e collettivizza la colpa, smussa i conflitti, permette ai poteri — religiosi, politici, sociali — di esercitare il controllo con la giustificazione del “bene comune”, che spesso coincide con il bene di pochi.
Ma il bene comune non esiste senza il bene del singolo. Ed è qui che Alice ed Ellen Kessler, nel loro ultimo gesto, hanno ricordato un principio: la libertà è un’affermazione personale che la massa tollera solo finché resta astratta. Quando diventa reale scatena risentimento, paura, condanna morale. Perché la libertà altrui, quando è autentica, rivela brutalmente la fragilità della società.
Scegliendo il suicidio assistito, le Kessler hanno imposto – forse anche senza volerlo, naturalmente – una riflessione sulla nostra epoca: un tempo che celebra il culto dell’io ma manifesta rancore verso l’individuo vero. La persona esiste solo se polarizzata e mostrata pubblicamente; agisce secondo il consenso o il dissenso della massa, piegata alla narrazione collettiva e intimidita dalla responsabilità di decidere.
È in questo che hanno dimostrato un’intelligenza più rara della loro bellezza: hanno ricordato che l’individuo non è un ingranaggio della società, ma il suo nucleo fondamentale. E che ogni volta che il singolo si conforma alla massa, non si celebra una virtù: si consuma un cedimento. Un cedimento di libertà e ragione.

















