La fine di un’era: stop alle plastiche monouso

18 Gennaio 2022
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DI Ilenia di Summa

Lo scorso 14 gennaio è scattato il divieto, contenuto nell’articolo 5 del Dlsg 196/2021, di immettere al consumo prodotti in plastica monouso, salvo che siano stati realizzati in materiale biodegradabile e compostabile, con percentuali di materia prima rinnovabile non inferiore al 40%. Tale percentuale arriverà al 60% a partire dal 2024. È il caso di precisare che il nostro Paese, attraverso il Dlsg 196, recepisce le normative europee, rendendole tuttavia meno stringenti.

I prodotti che rientrano nel divieto sono: piatti, posate, cannucce, cotton fioc, bastoni per palloncini, bottiglie per bevande fino a tre litri, contenitori in polistirolo espanso, ami e fili da pesca, prodotti in plastica oxodegradabili, contenenti, cioè, additivi chimici per la frammentazione. Chi immette sul mercato questi prodotti rischia una sanzione amministrativa che va da un minimo di 2500 a un massimo di 25mila euro.

“Ogni anno in Europa vengono prodotte quasi 60 milioni di tonnellate di plastiche: di queste, quasi seicentomila finiscono nel Mediterraneo – sottolinea Francesca Santoro, specialista di programma della Commissione oceanografica intergovernativa dell’Unesco. “La plastica in mare non solo è dannosa per gli ecosistemi marini, ma anche per le attività economiche. Nonostante una correlazione diretta tra questo tipo di inquinamento e la salute umana non sia ancora stata dimostrata a causa della mancanza di studi specifici, è importante sottolineare che diverse plastiche sono trattate con agenti chimici per renderle modellabili o ignifughe. Quando questi materiali finiscono nell’oceano, gli agenti chimici possono essere rilasciati nell’acqua. Inoltre, le plastiche possono raccogliere e trasportare sostanze chimiche e altri contaminanti ambientali, con la possibilità che vengano diffusi nell’oceano”.

Le argomentazioni ambientaliste si scontrano con quelle di tipo economico: in Italia, le aziende della plastica sono circa 10mila e danno lavoro a centinaia di migliaia di persone (162mila). Lombardia, Veneto, Emilia-Romagna e Piemonte) raggiungono, da sole, quasi il 70% della produzione italiana; il giro d’affari, prima del Covid-19, superava i 30miliardi di euro. Pertanto, è indispensabile un confronto fra i sostenitori della transizione ecologica e le esigenze pratiche dell’economia.

Confindustria propone una strategia nazionale sulle plastiche, che comprenda il miglioramento di conferimento e smaltimento e l’ecodesign, ovvero l’impatto che un oggetto ha sull’ambiente; segnala, inoltre, la necessità di strumenti finanziari e incentivi per lo sviluppo di filiere circolari. Secondo Luca Bianconi, imprenditore e presidente di Assobioplastiche, l’associazione di produttori di plastiche biodegradabili, “L’Italia è il paese che produce più bioplastica a livello europeo, con circa 110mila tonnellate annue. Si sono riportate in Italia produzioni prima dislocate nel Far East: oggi ci sono 2.800 addetti che lavorano in 280 aziende e sviluppano un mercato da 815 milioni di euro”.

La normativa italiana prevede che i prodotti possano essere ancora messi a disposizione fino all’esaurimento delle scorte, “a condizione che possa esserne dimostrata l’immissione sul mercato in data antecedente alla effettiva decorrenza dell’obbligo”.

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