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La quarantena di una ricercatrice universitaria

26 Mar 2020 - Voci dalla Quarantena

La quarantena di una ricercatrice universitaria

di Emma Barbaro

Chi sei e cosa facevi prima della quarantena? Ti piaceva quello che facevi?

Mi chiamo Ada e ho 41 anni. Sono una ricercatrice universitaria presso l’Università La Sapienza di Roma e quel che faccio mi piace moltissimo. Prima della quarantena, da ricercatrice e professoressa associata, ero sostanzialmente abituata a svolgere le mie mansioni didattiche da remoto, recandomi in sede solo due o tre giorni alla settimana. Oltre, chiaramente, alle date previste per le sessioni d’esame o per le sedute di laurea. Ora, invece, svolgo tutto il mio lavoro da casa. E la mia vita è cambiata soprattutto nel rapporto con i colleghi e con gli studenti.

Come e dove stai vivendo la quarantena? Che impatto ha sulla tua vita professionale, pubblica e privata? Come si è modificata la tua vita?

Vivo a Roma, da sola, in un appartamento in affitto. Cerco di mantenere la routine quotidiana, pur uscendo da casa solo in casi di estrema necessità. Per quanto riguarda l’aspetto professionale posso dire di essere molto più impegnata di prima. Dobbiamo organizzare da remoto la didattica, le sedute di laurea, gli esami, il ricevimento virtuale degli studenti. E non è semplice. L’università ha implementato l’uso di apposite App che esistevano già ben prima dell’emergenza. Da un punto di vista pratico l’utilizzo forzato delle App ha portato non pochi problemi: gli studenti ci hanno dovuto inviare una liberatoria in cui accettavano i termini della registrazione e noi docenti dobbiamo firmare i verbali in digitale. Stiamo addirittura facendo le prove per le sedute di laurea. Il lavoro, dunque, si è moltiplicato e per certi versi amplificato. Tra le varie modalità che ci sono state offerte, personalmente ho scelto quella della teleconferenza perché lascia spazio a un’interazione, più o meno costante, con gli studenti. La capacità di interazione non è la medesima ma ho notato che gli studenti, in qualche misura, ora sono più responsabili. Se prima non si presentavano a ricevimento, ora invece mi sommergono di mail per chiedermi quando e come svolgeremo la prossima lezione.

Dal punto di vista strettamente personale, cerco di conservare una sorta di normalità. Mi vesto come se dovessi uscire di casa e, se prima andavo in palestra ogni lunedì e mercoledì, ho cercato di conservare questa abitudine anche tra le mura domestiche. Quindi ogni lunedì e mercoledì, alle 18.00 circa, faccio gli esercizi a casa mia. Conservando i miei rapporti personali nella misura in cui i mezzi tecnologici lo consentono.

Sento che inizia a venir meno la tranquillità. Cioè, ammetto di sentirmi una privilegiata, perché a differenza di molti ho la certezza di ricevere lo stipendio ogni mese. Ma l’ansia cresce. Mi chiedo spesso: come reagirei se si dovesse ammalare una persona a me cara? Sarei in grado, in quel caso, di rispettare termini e modalità della quarantena? Questo mi preoccupa non poco. E ammetto che, con il passare dei giorni, il mio umore sta peggiorando.

Cosa stai pensando di fare? Stai già facendo? Stai già progettando qualcosa? Cosa? Modificherai il tuo modo di lavorare, di vivere, di guardare al mondo? Cosa cambierà, secondo te, nel tuo mondo professionale?

Onestamente non c’è alcuna progettualità. Tutto è talmente incerto che non so quando poter programmare il prossimo viaggio di lavoro o, semplicemente, quando potrò riabbracciare i miei genitori che vivono ad Avellino. Al momento, per dire una banalità, non riesco nemmeno a immaginare di poter andare al mare ad agosto. La progettualità è pari a zero. Anzi, non faccio progetti per evitare di restare delusa. Vivo giorno per giorno accompagnata da una sorta di fatalismo. Non vedo il termine di questa emergenza. E, più manca la data di scadenza, più aumenta l’incertezza.

A livello lavorativo, una volta ripristinata la quotidianità, credo cambierà poco. Di certo, personalmente cercherò di uscire più spesso da casa per andare a lavorare in biblioteca o, piuttosto, in luoghi che garantiscano una connessione a internet. L’unica cosa che spero è che, una volta fatto il tentativo della didattica online, questo non diventi la regola. Anche perché il rapporto diretto con gli studenti è la parte più bella e motivante del mio lavoro.

Questa esperienza, nel bene e soprattutto nel male, sta già cambiando il nostro modo di guardare al mondo. Ma temo si tratti di cambiamenti del breve periodo. Oggi si riflette sempre più spesso sulle occasioni, anche di svago, ormai perdute. C’è una sorta di enfasi dettata dalla voglia di vivere meglio il proprio tempo. Quando tutto questo finirà, dopo una fase iniziale di grandi slanci, temo ricominceremo a fare gli stessi errori di sempre. Quel che so è che una volta finita la quarantena, voglio andare a trovare i miei genitori. Prima, lo ammetto, non ci avrei pensato.

Cosa cambierà, più in generale, in Italia e nel mondo?

Questo clima di fratellanza e solidarietà generale, a mio avviso, è destinato ad esaurirsi dopo la fine della quarantena. Come sempre, una volta passata la tempesta, dimostreremo di avere la memoria molto corta. La storia che torneremo ad abbracciarci più forte di prima è una pia illusione. Tutti ci riabitueremo ai ritmi di vita precedenti, e l’altro tornerà ad essere l’estraneo da evitare.

Al di là di ogni considerazione personale, su cui comunque spero di sbagliarmi, credo che lo Stato dovrà pensare ai danni di natura psicologica. Agli strascichi che questa emergenza lascerà su ognuno di noi. Perché chi vive da solo, o è costretto a restare in quarantena in una casa di 40 metri quadrati, domani avrà dei problemi. Ognuno di noi li avrà, nel proprio piccolo. E, al di là dell’aspetto economico, pur fondamentale, si dovrà pensare anche a quello sociale e psicologico.


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