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Kurt Cobain (Nirvana) 20 febbraio 1967 - 5 aprile 1994
Venticinque scrittori per Kurt Cobain
25 anni fa morì l'angelo maledetto del Rock. Oggi, 25 autori raccontano l'ultima generazione che ha "sperato di rivoltarlo il mondo". Ecco la prefazione di "Come spiriti adolescenti", il libro sul frontman dei Nirvana edito da Radici Future e a cura di Piero Ferrante
4 April 2019

Questo non è un saggio. Questo non è un diario. Questo non è un romanzo. Questo libro è quello che non è, piuttosto che quello che è. Antologia, si dice in gergo. Ma poi, Dio santo, vengono alla mente le ore sui banchi di scuola, alle medie, il primo approccio ai poeti, la noia, i baffetti a peluria, intuizioni di virilità su volti bambini, su corpi bambini, su menti bambine.

E allora no, non è un"’antologia. Questo è un conato di vomito che non si sa trattenere, un’idea malsana, è bere quando hai mal di testa e dopo ti pulsa la vena sulla tempia, dannata emicrania e dannato alcool a basso costo.

Questo libro (Come spiriti adolescenti, edizioni Radici Future ndr) è un insulto al venticinquesimo anniversario della morte di Kurt Cobain. Non a Kurt Cobain. Alla sua morte, quello si. Peggio, è uno sfregio alla domanda inevasa: ma che facevo io in quei giorni dal 5 all’8 aprile del 1994, mentre Cobain giaceva morto in una specie di serra americana, la testa azzerata dalla desolazione di un colpo di fucile?

Un dubbio, un tormento che nessuno risolverà mai. Tanto vale lasciarlo decantare, per divertirsi un po’. Con irriverenza e strafottenza punk.

Così abbiamo messo insieme 25 tra scrittrici e scrittori (chi per davvero e chi no, chi di teatro e chi giornalista) e li abbiamo rispediti come Zapotek con Pippo e Topolino a quei giorni del Novantaquattro, del Novantatre, del Novantadue. Li abbiamo ridisegnati bambini o pischelli, cuffioni alle orecchie e camicia a quadri di nuovo, obbligandoli ad andare a ripescare dallo scaffale in alto di chissà quale mobile, dalla mensola in fondo della memoria che si usura, un cd, un vinile, un ricordo, una cassetta. A domanda, ciascuno di loro ha scelto una canzone, brainstorming grunge, e il gioco ha voluto che 25 persone sparse in giro per l’Europa, accomunate da una mailing, abbiano scelto 25 brani diversi, subito e senza risistemazioni, in uno spaventevole casaccio logico.

Da quel brano e solo da quello, sono stati costretti a partire per scrivere un racconto. Zero aneddoti, no ricordi di gioventù, no nostalgie celesti di celesti giorni d’odore di spirito adolescente. Ma cogliere le sensazioni, sviluppare un personaggio o crearcelo dentro, oppure lasciarsi solo ispirare dal titolo, da un riff, da una parola messa lì, da un assolo, da un urlo, da un accordo. Qualcuno s’è ribellato, qualcuno no.

Quello che è venuto fuori, spontaneo e senza regole, è un gigantesco album che se lo ascolti prima e poi lo leggi in fila ci stanno dentro distorsioni di chitarra e di cuore, parole tanto grandi che, aperte come sono, rivelano anime.

In 25 persone non abbiamo svelato nulla di nuovo su Kurt Cobain. Soltanto, abbiamo deciso di cantare l’osanna a una generazione (lunga) di benedetti maledetti, perlomeno maledicenti, l’ultima che ha sperato di rivoltarlo il mondo, con la fuga della droga o con i pugni alti nelle piazze. Il tutto, nel ricordo del suo volto più popolare.

Non aggiungerò altro. Avevo pensato di scrivere di tutte le volte in cui mia madre m’ha chiesto, pregato, costretto, minacciato di non indossare più i jeans strappati e invece ho detto altro. Poi di fare un’introduzione storiografica.

Niente, non farò nulla, limitandomi a dire l’ultima, necessaria cosa. I Nirvana hanno sempre rifiutato fascismi e violenze in generale. Gli incassi di più d’un concerto sono andati a favore di cause civili, specie ad associazioni contro la violenza sulle donne. Per lo stesso motivo, tutti gli autori e me come curatore, abbiamo deciso di rinunciare a ogni compenso o diritto e di devolvere per intero quel poco che ci sarebbe spettato a un progetto che, a Torino, opera in bassa soglia per accogliere donne in condizioni di vulnerabilità (economica, familiare, sociale, abitativa…). Il progetto si chiama Drop House ed è del Gruppo Abele, onlus fondata 53 anni fa da Luigi Ciotti. E questo è.

(Piero Ferrante)

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