
Dino Cassone ha scritto un racconto che sta in equilibrio perfetto, da buon divoratore di gialli quale è. E questa non è una nota fuori luogo: prima di riuscire a scrivere un buon prodotto, bisogna essere un “lettore di professione”. Solo così si riesce a conquistare la passione e la fiducia di chi decide di trascorrere del tempo con un libro. “Delitto nella bottega del droghiere” è travolgente, incalzante e capace di solleticare le sinapsi. Un romanzo capace di restituire alla memoria collettiva una storia avvenuta alla fine degli anni ’40 ma, onde evitare antipatici tentativi di spoiler, riportiamo la trama del risvolto di copertina: «1948. È una fredda mattina di ottobre quando la piccola comunità di Fasano viene sconquassata da un episodio che farà più rumore delle bombe lanciate durante la recente guerra. 
Questo romanzo permette di conoscere uno spaccato di vita fasanese inaspettato descritto in perfetto stile “cassoniano” che, con l’utilizzo di espedienti letterari come flashback e flash-forward, incoraggia ad abbandonare i panni di semplice lettore per affiancare Maranò nella risoluzione del caso, attraversando le viuzze della città dove le voci corrono mettendo a tacere lo scandalo. Dino Cassone utilizza tutti quei registri linguistici che possono stare meglio addosso ai suoi personaggi. Ma lo fa a modo suo. Non ha seguito come tanti l’esempio del maestro Andrea Camilleri, adoperando il vernacolo, ma ha scritto dialoghi che ricordano, anche musicalmente, le inflessioni dialettali fasanesi, ricorrendo anche alla messa in italiano di alcuni termini della tradizione del posto. I protagonisti delle sue pagine sono sagaci e interessanti. Un libro brillante, ma con una “controindicazione”: si legge tutto d’un fiato. Assolutamente consigliato.