Quando, alla fine degli anni novanta, ci si rese conto che l’immigrazione in Italia era divenuta un fenomeno di una certa rilevanza, diverse furono le interpretazioni e le analisi. Come diverse furono le risposte legislative e i tentativi di costruire un sistema di accoglienza e con caratteristiche tutte italiane.
Il libro Mi chiamo Sabrine, pubblicato da Radici Future Produzioni, è un’intervista a una ragazza nata in Italia, da genitori tunisini, proprio in quegli anni. Sabrine Aouni, l’autrice, è una studentessa di diciannove anni che vive a Barletta. Nel libro racconta la sua esperienza di italiana e di tunisina insieme, di persona con una identità mista che non trova nel sistema italiano risposte all’altezza della sua condizione. Con la semplicità della sua età, Sabrine ci parla dell’Italia parlandoci di sé.

Ne vien fuori un ritratto denso, senza troppe sfumature, netto. La sua estraneità a certi usi, per esempio, la rende una critica severa e tagliente della contemporaneità, una protagonista arguta della trasformazione globale in atto. Si trova in antitesi rispetto all’Isis e al fondamentalismo, pur essendo una credente musulmana.
Tutto questo ci rivela l’intelligenza dei nuovi italiani, avvertendoci sui rischi sociali dell’esclusione, dell’isolamento, del ripiegamento identitario al quale loro non vogliono cedere. Sta a noi raccogliere queste consegne e cominciare a costruire con i ragazzi come Sabrine un’altra Italia. Un’Italia possibile.